Italiani e italiano

In prima elementare eravamo una quarantina di bambini. Nessuno di noi parlava italiano. Semplicemente perché nessuno sapeva parlare italiano. A casa, i nostri genitori e parenti parlavano in dialetto. Erano contadini, operai nelle fabbriche manufatturiere negli anni del boom economico, piccoli artigiani, commercianti. Quel poco di italiano che alcuni spiaccicavano l’avevano imparato a scuola negli anni trenta, durante il fascismo. Mia mamma non aveva nemmeno finito le elementari, credo che sia arrivata alla terza: morta mia nonna, l’avevano mandata a lavorare in filanda ancora bambina. Mio nonno non poteva mantenere la famiglia col solo stipendio di operaio della Breda. Nella cascina in cui abitavo tutti parlavano in dialetto. Era normale parlare il dialetto quando noi bambini giocavamo, in cortile, nei campi, all’oratorio, perfino a scuola prima di entrare in classe e dopo il suono della campanella, negli intervalli. L’unico che parlava italiano era mio cugino Norberto, e devo ancora chiedergli il perché: essere di un anno più piccolo non è una spiegazione sufficiente. Abbiamo quindi il caso di una classe in cui nessuno in partenza sapeva parlare in italiano e che, man mano che lo imparava, lo parlava solo in aula col maestro, o alla scuola di catechismo all’oratorio, o col prete o, forse, dal dottore. Nella scuola, quei quaranta bambini hanno imparato l’italiano in breve tempo e senza nessuna forzatura. Hanno conosciuto la storia d’Italia, la sua geografia, la letteratura, la cultura italiana, e sono divenuti insieme cittadini d’Italia. Alcuni sono diventati artigiani, operai, periti tecnici, imprenditori. Altri ingegneri e medici. Uno sacerdote. Tutti parlano perfettamente italiano. Tutti sono bilingue, cioè tutti parlano anche perfettamente il dialetto brianzolo. Anche Norberto. Tutti sono perfettamente integrati nella società civile. Non c’è stato bisogno di quote né di tetti né di multe ai genitori. Se i bambini del mio paese parlanti il dialetto non avessero dovuto superare il trenta per cento del totale affinchè potessero aver diritto all’istruzione, più del settanta per cento di quei bambini sarebbero stati distribuiti in scuole lontane, in altri paesi, dove più del settanta per cento se non tutti parlavano italiano. Seregno, Monza, Milano, Carate forse. Strappati dal loro paese sarebbero stati considerati stranieri per lingua e cultura, ed inevitabilmente emarginati e ghettizzati. Fortunatamente non è successo. Per imparare l’italiano è bastato fare classi al 99-100% di bambini che parlavano in dialetto come i genitori. E considerarli italiani per nascita. Non stranieri per la lingua parlata al domicilio.

cittadiniditalia, 25 settembre 2026, 166°unitàditalia