Da Caravaggio al Tennessee

Christa Pike è sopravvissuta due volte all’iniezione di Pentobarbital che doveva ucciderla, nel braccio della morte di una prigione dello stato del Tennessee, in America. Più vicino a noi, nel santuario della Madonna di Caravaggio, presso il Sacro Fonte, è custodita ad edificazione dei fedeli una mannaia, testimonianza di un miracolo avvenuto per l’intercessione della vergine Maria. Raccontano le cronache che nell’anno 1520 secondo il calendario giuliano, il capo di una banda di briganti che infestavano quei luoghi, fosse stato catturato e condannato alla pena di morte. Il suo nome era Giovanni Domenico Mozzacagna di Tortona. I giudici però ebbero la cattiva idea di fissare il giorno della condanna per il 26 maggio, anniversario dell’apparizione della vergine. L’occasione di ‘edificare’, vale a dire in questo caso dare un esempio e scoraggiare nei malintenzionati le ruberie era davvero ghiotta, poiché molta gente sarebbe convenuta a Caravaggio per la ricorrenza e avrebbe assistito al macabro spettacolo. Nel frattempo il capo brigante, messo in prigione, forse vista la mal parata, o vuoi per sincero pentimento delle proprie malefatte si pentì e si convertì, mostrando così l’intenzione di cambiare vita. Il giorno della ricorrenza egli viene dunque condotto al patibolo e, davanti alla folla radunata, costretto dal carnefice, si inginocchia e porge il collo nell’incavo dei legni … ma che succede? La scure nel cadere si inceppa. Il boia riprova, la mannaia si inceppa una seconda volta, una terza, e poi ancora. La folla grida al miracolo. Il condannato viene portato via.

Per chi è devoto, l’intenzione di Maria appare evidente. L’occasione è solenne, l’anniversario dell’apparizione. Nel corso della sua manifestazione a Giannetta (1432) Maria si era mostrata addolorata, con le lacrime agli occhi, poichè il Figlio di Lei, vale a dire Gesù, “intendeva annientare questa terra a causa dell’iniquità degli uomini, perché essi fanno ciò che è male ogni giorno di più, e cadono di peccato in peccato”. Fortunatamente la Madonna aveva implorato misericordia presso il Figlio per sette anni ed ora, ottenuta la salvezza della terra (di Caravaggio), prescriveva digiuno a pane e acqua ogni venerdì, e il sabato di festeggiare Lei, dedicandole metà della giornata, in riconoscenza del grande favore ottenuto. Ora si dà il caso che il 26 maggio 1520 era proprio di sabato, di conseguenza Maria avrebbe quantomeno mal digerito e di sicuro considerato un oltraggio nei suoi confronti che il popolo dei fedeli si distraesse con un’esecuzione capitale dimenticandosi del precetto. In quel giorno la mente doveva essere rivolta al cielo, non al patibolo. Insomma quel giorno c’erano tutti i presupposti per richiamare all’ordine i fedeli e mostrare una volta per tutte la posizione divina sul tema delle punizioni: la ricorrenza dell’apparizione, il (mezzo) giorno consacrato alla Madonna per riconoscenza, il pentimento e la conversione del brigante, il concorso di folla, l’apparato di polizia simboleggiante la giustizia umana e i suoi riti. La mannaia obbedisce e si inceppa. Ecco il miracolo. Cosa significa? Pensate alle cose del cielo, come io ho salvato voi dall’essere annientati per le vostre colpe, così voi perdonate il prossimo che ha compreso di aver sbagliato, si è pentito e intende cambiar vita: la misericordia ed il perdono siano preferibili alla punizione ed alla vendetta. Le prime vengono da Dio, le seconde dagli uomini.

 

A questo intervento una tantum, sebbene rivelatore della posizione divina in materia, alcuni filosofi, nel secolo dei lumi, hanno aggiunto la forza della ragione, estendendo a tutti gli uomini il diritto a non essere uccisi dalla giustizia umana. La pena di morte fu messa in discussione dal nostro Cesare Beccaria, nostro ovviamente nel senso di italiano come noi. Riassumo in sintesi il suo ragionamento, esposto nel celebre ‘Dei delitti e delle pene’ (1764). Innanzitutto la Giustizia si trova in evidente contraddizione quando da un lato considera l’omicidio un reato (dati i tempi, a scanso di equivoci, per omicidio si intende anche il femminicidio) e lo condanna, dall’altro punisce l’eventuale colpevole uccidendolo, cioè compiendo a propria volta un omicidio. La pena di morte è dunque un omicidio, precisamente un omicidio di Stato: un cattivo esempio per i cittadini, che legittima la violenza anziché combatterla. In secondo luogo il cittadino sottoscrive con lo Stato un ‘contratto sociale’: egli cede parte delle proprie libertà individuali in cambio di sicurezza e protezione, ma fra le libertà cedute ovviamente non c’è il diritto di farsi uccidere. La pena di morte non è un diritto, ma una vera e propria ‘guerra della nazione contro un cittadino’, secondo Beccaria. Da ultimo, l’argomento della deterrenza: la pena di morte non è in grado di prevenire il crimine. E’ dunque inutile e non necessaria. La prevenzione si ottiene invece con la certezza della pena e la prospettiva di perdere la libertà per sempre (ergastolo). Su questo punto però, detto per inciso, si è fortunatamente proceduto molto avanti nei secoli successivi e noi, con visione moderna, pensiamo che la pena debba avere la primaria funzione non di più segregare in eterno la persona che ha commesso un grave crimine, ma di accompagnarla in un percorso di presa di coscienza e di cambiamento che ha come obbiettivo ultimo il suo reinserimento a tutti gli effetti nella società.

Ragione e Fede non sono però in contraddizione fra loro, ma si integrano vicendevolmente in maniera feconda ad un livello teorico più ampio e più solido, oltre che più efficace in termini concreti e quotidiani. La prima stabilisce e richiama i diritti fondamentali dell’uomo, la seconda si fonda sull’etica e sulla morale cristiana. Se la ragione conduce ai diritti degli uomini in quanto uguali, la fede propone la strada dell’amore in quanto gli uomini sono tutti figli di Dio. Il principio che sta alla base dell’etica del cristianesimo è questo: poiché Dio è amore e l’uomo è figlio di Dio, allora l’uomo ha in sé l’amore. Se così stanno le cose l’uomo ha la capacità di amare, nel senso in cui Dio ama. Ed ecco aprirsi per l’uomo la prateria dell’amore divino e della non-violenza: amare il prossimo come sé stessi, porgere l’altra guancia, amare il proprio nemico, perdonare chi compie il male, chi è senza peccato scagli la prima pietra, dare anche la tunica a chi chiede il mantello, oggi stesso sarai con me in paradiso (detto al buon ladrone sulla croce) … fraternitè, egalitè … Ragione e Fede proclamano la stessa idea modulando solo la voce. Fondendo i due livelli, quello della ragione e quello della fede si consolida l’imperativo: nessun uomo, nessuna entità sovra-costituita, nessuno Stato può avere il diritto di uccidere un altro uomo. Se questo principio venisse accettato da tutti, sulla base della ragione o su quella della fede, o se tutti venissero educati ad introiettare questa etica, non ci sarebbero non solo più omicidi, ma nemmeno più le guerre.

Vi sono molti punti in comune fra il caso di Christa e il brigante di Tortona operante a Caravaggio. Il primo di questi è il fatto che a distanza di cinque secoli ci sono ancora uomini che pensano che vada applicata la legge del taglione, già superata, pur timidamente, con le leggi delle XII tavole a Roma nel V secolo avanti Cristo, oppure, in maniera categorica, molto tempo prima, dal buon vecchio testamento, che faceva scendere il patriarca Mosè dal monte Sinai appesantito dalle tavole in pietra della legge su cui era impresso in quinta posizione, subito dopo gli obblighi verso Dio e i genitori, ma prima di tutti gli altri comandamenti: “Non uccidere”. In secondo luogo, entrambi i condannati vengono uccisi, cioè si tenta invano di ucciderli, come monito per altri potenziali rei, che alla vista della punizione suprema si dovrebbero scoraggiare a compiere medesimi crimini. A proposito dell’attualità della punizione esemplare come deterrenza per i reati abbiamo per esempio una corposa casistica nostrana che va dal buttar via la chiave alla castrazione chimica al carcere per i blocchi stradali o ferroviari nel corso di manifestazioni passando per la detenzione per chi imbratta i monumenti con la vernice (però se uno ci urina addosso, come mi è capitato di vedere, può imbrattare indisturbato dalla legge, a meno che non urini vernice). Un altro punto di contatto fra le due esecuzioni è l’ostinazione dei carnefici, che sfiora il grottesco e il surreale. Gli esecutori ultimi di tali macabri spettacoli sembrano mostrare di essere cechi spiritualmente, indifferenti verso la sofferenza umana. Ma è vero solo in parte. Essi sono meri esecutori di ordini. In “Guerra e Pace”, Tolstoj coglie il turbamento e la vergogna dei soldati francesi che, intrappolati nel macabro meccanismo della guerra, sono costretti a compiere un atto disumano contro altri uomini, togliere loro la vita. Ciò accade una prima volta quando Pierre, il conte Bezuchov, viene portato al ‘Campo della Vergine’ (che strana coincidenza) per assistere alla fucilazione di cinque uomini russi accusati come lui di essere incendiari, nella certezza matematica che dopo sarebbe toccato a lui di essere ucciso; e di nuovo nell’episodio in cui il prigioniero Platon Karataev, il quale «Non aveva attaccamenti, amicizie o amori particolari, come li intendeva Pierre; ma amava e viveva in amore con tutto ciò con cui la vita lo portava a contatto, e specialmente con l’uomo – non con un uomo qualsiasi – ma con quegli uomini che si trovavano sotto i suoi occhi». Platon, emblema dell’amore incondizionato per la vita, viene ucciso con un colpo di fucile per essere rimasto indietro sfinito dalla febbre e dagli stenti sul ciglio della strada durante la ritirata dell’esercito francese da Mosca, sorte peraltro che toccava a tutti coloro non ce la facevano ad andare avanti. In entrambi i casi i soldati hanno coscienza di aver compiuto un atto ripugnante e contrario alla natura umana. Ma torniamo ai carnefici di Christa e di Giovanni. Par di vedere il (o i) boia che si affannano attorno agli strumenti di morte che si inceppano, ricaricare compulsivamente le siringhe con il farmaco letale e riprendere la procedura protocollare, oppure tirare le corde per rimontare la mannaia ed ispezionare le guide cercando di liberarle, «non come se avessero fretta perché volevano fare presto, ma come si fa fretta per finire al più presto un lavoro necessario, ma spiacevole e comprensibile».  Intanto il condannato non solo non muore, ma continua a vivere e viene torturato, sul piano fisico e su quello mentale. Per due volte è stato somministrato a Christa il farmaco letale, per due volte non è morta. Ha ripreso coscienza ed ha provato dolore, infine è stata portata in ospedale. Forse perché non sapevano più che pesci pigliare. In questi frangenti è consuetudine chiamare il dottore. Se le cose non cambieranno la legge tenterà di uccidere Christa una terza e definitiva volta. Giovanni Domenico è stato più fortunato, fu riportato in prigione e dopo qualche mese fu definitivamente liberato. Nel suo caso però c’è di mezzo un miracolo.

cittadiniditalia, 9 ottobre 2026, 166°unitàditalia

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