Al lavoro in bicicletta

Mi capita di percorrere piste ciclabili o ciclopedonali per diletto, sono un fan della bicicletta. Fuori città ci trovo altri amanti, runners, joggers, persone col cane, pensionati a passeggio, donne in modalità conversazionale. Queste ciclabili sono fatte per il tempo libero, respirare aria meno inquinata, mantenersi in buona salute, cazzeggiare. Le piste cittadine sono diverse. La fanno da padrone le bici con cestini e portapacchi, vedi zainetti sulle spalle, sono spesso promiscue e ingombre di pedoni, sfrecciano monopattini. A differenza delle prime, la gente che le percorre si muove con determinazione, si vede che ha uno scopo immediato. Servono per fare la spesa, piccole commissioni quotidiane, per andare al lavoro. Le amministrazioni comunali e regionali tendono a costruire sempre più piste ciclabili, cittadine ed extraurbane. Cerco di indovinarne i motivi. Mettere in sicurezza ciclisti e pedoni, stimolare la mobilità su due ruote, decongestionare il traffico, salvaguardare la salute mediante l’esecuzione di attività fisica, crearsi un’aura ecologista per pescare voti fra ambientalisti e salutisti, promuovere il turismo, spendere soldi del PNRR o fondi europei ed evitare sanzioni. Infine c’è il “bike to work”. Rendere possibile alle persone di andare in bicicletta al lavoro (o a scuola). Bike to work sarebbe una formidabile risposta alla crisi climatica ed energetica. Quando gli spostamenti hanno un raggio limitato, i benefici sono molteplici. Decongestionamento del traffico, maggiore sicurezza rispetto agli spostamenti in automobile (se la pista è ben protetta), zero emissioni di anidride carbonica, niente polveri sottili né altri inquinanti dell’atmosfera, effetto calmierante sui prezzi dei carburanti per minore domanda, notevoli risparmi sul portafoglio, salutari effetti sul sistema cardiocircolatorio e muscolo-scheletrico, azzeramento dello stress da traffico, miglioramento del benessere psico-fisico, ammortamento delle spese di costruzione e manutenzione delle ciclabili, miglior uso della spesa pubblica per costi al km di gran lunga inferiori a quello delle strade. Per ottenere questi benefici servono delle campagne di sensibilizzazione, delle pubblicità progresso, e dei robusti incentivi per convincere gli automobilisti, i sedentari, gli pseudo-amanti della libertà a muoversi in bicicletta. Alcuni comuni virtuosi hanno già introdotto programmi premianti per chi usa la bici per andare al lavoro. Il sistema è molto semplice: l’azienda segnala la disponibilità, il lavoratore fa richiesta al comune di voler aderire al programma ‘bike to work’, si scarica un’app, si ottiene il kit che consente di tracciare mediante GPS il percorso e conteggiare i chilometri percorsi evitando le frodi, si ottiene un rimborso chilometrico. Il sistema è migliorabile allargando la platea anche agli studenti che vanno a scuola in bici, raddoppiando gli incentivi, che attualmente variano da 0,20 a 0,25 centesimi al km fino ad un massimo di 50 euro al mese, eliminando i buoni spesa (alcune amministrazioni preferiscono questo incentivo al premio in denaro), favorendo la mobilità mediante il potenziamento della rete ciclabile cittadina, che deve diventare capillare, ed infine privilegiando spudoratamente il ciclista rispetto all’automobilista, agli incroci per esempio il semaforo scatterà sul verde per la bici o il pedone immediatamente alla pressione del pulsante di chiamata, e non al normale ciclo semaforico come attualmente avviene, con lunghi tempi di attesa. In conclusione, le piste ciclabili devono diventare una infrastruttura strategica per la mobilità, di pari dignità con la rete stradale e ferroviaria, in grado di ridurre le spese dello Stato, combattere il cambiamento climatico, promuovere la salute dei cittadini, migliorare la qualità della vita.

cittadiniditalia, 27 settembre 2026, 166° unitàditalia

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