Se si osservano attentamente i fatti di Milano dal punto di vista sociologico, ci si convince che gli atti vandalici sono espressione di un malessere generazionale, legato alla percezione da parte dei giovani di una società che non offre prospettive future alle nuove leve. I giovani sembrano sperimentare una crescente disuguglianza sociale, derivante da una povertà economica, educativa e culturale, che li allontana sempre più dal mondo degli adulti, e che impedisce loro l’accesso al contesto socio-economico-lavorativo. Sentendosi esclusi dalla società dei grandi, abbandonati dallo Stato, avvertendo di non avere alcuna possibilità concreta di riscatto sociale e che di conseguenza il loro futuro è compromesso, essi traducono il disagio in rabbia distruttiva, da un lato al fine di rendersi visibili, per attirare l’attenzione su di sé e per chiedere aiuto, dall’altro per vendicarsi e punire il modello sociale dominante, infine per partecipare alla cuccagna dei consumi, portandosi via una bici, una borsa, un capo firmato, una cosa qualsiasi, ma per essi impossibile. La scelta di Milano non è casuale. Questa città rappresenta nell’immaginario collettivo italiano la capitale del lusso e del consumismo, i beni che affollano le vetrine restano però inaccessibili alle fasce più povere della popolazione. Il senso di frustrazione derivante dall’essere continuamente esposti così da vicino a modelli di ricchezza e marchi costosi che non ci si potrà mai permettere genera invidia sociale e rabbia, che sfocia nella rivolta contro le classi benestanti e i segni distintivi della loro ricchezza. Il saccheggio dei negozi del centro diventa allora il tentativo, violento, di prendere possesso dei simboli del benessere a loro negati per sempre.
Osservando il fenomeno dal punto di vista dell’effettiva esclusione dei giovani dal contesto sociale degli adulti, ovvero dell’invisibilità giovanile, violenza e saccheggio rappresentano per molti di loro un mezzo certo di affermazione della propria identità, cancellata e impossibilitata ad affermarsi dall’anonimato delle periferie e dalle condizioni di povertà economica ed educativa a cui si è accennato. Le compulsive visualizzazioni dei video che riprendono le imprese, supportate dai numerosi likes, configurano l’identità del protagonista all’interno del gruppo e la rende unica ed irripetibile. In un’età, quella adolescenziale, in cui l’individuo cerca l’affermazione, il riconoscimento, l’accettazione di sé stesso nel mondo dei grandi, la società civile che in qualsiasi modo ignora questo membro nascente che bussa alla sua porta, e lo esclude, lo nega, lo costringe inevitabilmente a cercare, carico di rabbia e di odio, altri mondi in cui potersi senza ostacoli affermare. E questi mondi sono gli universi digitali, ovvero i social. Così, ciò che non ha spazio di affermazione nella vita reale, diventa possibile, esistente e vivo nella vita virtuale dei social. Si assiste così allo spostamento dell’io sociale dal sociale al social. E’ l’istinto di sopravvivenza a decidere. Per ottenere il riconoscimento digitale ogni azione è permessa: si richiede solo che la sua rappresentazione diventi virale sul social: sfide estreme quali attraversare di corsa una corsia autostradale o sdraiarsi sui binari in attesa del treno o fare dei selfie ad alta quota; spettacolarizzazione della violenza come aggredire passanti ignari, passeggeri sui mezzi pubblici, coetanei percepiti come deboli, oppure schiaffeggiare insegnanti o riprendere i preparativi dell’aggressione omicida, pestaggi fra bande … Comportamenti in cui manca assolutamente la percezione del reale pericolo e delle conseguenze per sé e per gli altri, carattere questo tipico dell’età adolescenziale, in cui invece prevale fisiologicamente l’aspetto della sfida, della ribellione, e del gioco. Si aggiunga il fatto che all’interno del gruppo social scatta la dinamica del branco, in cui la responsabilità individuale si azzera. La piazza si trasforma in un palcoscenico in cui esibirsi senza conseguenze. I video delle violenze perpetrate fanno il giro sui social, contribuendo a creare un immaginario estetico e comportamentale da imitare.
In conclusione, l’azione violenta è un contenuto da spettacolarizzare al fine di ottenere l’approvazione ed il riconoscimento di sé da parte dei coetanei e fra i coetanei. Così la rivolta urbana, priva di obiettivi specifici correlati a rivendicazioni politiche, assume il carattere di una guerriglia, apparentemente nichilista e distruttiva, il cui scopo è invece quello di lanciare un segnale disperato di riconoscimento di una esistenza individuale giovanile ignorata, se non proprio addirittura ostacolata, dal mondo degli adulti, e di partecipazione ad una promessa di benessere economico da cui ci si sente irrimediabilmente esclusi.
(continua)