Il sacco di Milano – comprensione vs punizione

Qualche politico e commentatori vari hanno avanzato l’ipotesi di una regia occulta delle violenze giovanili di Milano. Secondo questa ipotesi, i ragazzi sarebbero sottoposti ad una sorta di contro-educazione strutturata tramite i social, ed usati come strumenti in una guerra ibrida al fine di destabilizzare le democrazie occidentali attraverso il rinfocolamento delle tensioni sociali. Secondo il Viminale, questa tesi manca al momento di riscontri oggettivi. Quanto all’arresto del presunto ispiratore del ‘Movimento 17 ottobre’, esso non ha nessuna relazione con gli eventi accaduti in quel medesimo giorno, poiché tale sigla è stata creata il 19 ottobre, cioè due giorni dopo i fatti che si vorrebbero essere stati da tale movimento determinati. Resta invece valida l’ipotesi dell’aggregazione spontanea sulle chat e sui canali social: ne è ulteriore prova l’intervento della Questura di Parma, che è riuscita nei giorni scorsi ad intercettare e sventare per tempo una potenziale emulativa rivolta giovanile in preparazione su WhatsApp, che si prefiggeva di compiere atti di vandalismo, saccheggiare negozi e devastare il centro cittadino, sulla scia e ad imitazione di quanto accaduto a Milano.

La risposta dell’esecutivo ha dato priorità al ristabilimento dell’ordine pubblico e la messa in sicurezza di cittadini, negozianti ed attività commerciali. L’azione governativa dal canto suo si è focalizzata sull’individuazione dei colpevoli e sulle esemplari punizioni, riassunte nello slogan ‘chi sbaglia paga’. Si è così proceduto coniando il nuovo reato di ‘violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche’, inasprendo pene detentive o facilitando quelle amministrative già esistenti quali la responsabilità economica dei genitori, estendendo ai minori il fermo preventivo e l’arresto in flagranza differita, dispiegando ingenti forze di polizia e contingenti dell’esercito nei centri cittadini. L’operazione aveva una duplice valenza, quella istituzionale di consentire l’espletamento del compito dello Stato di garantire l’ordine pubblico, e quella di strumentalizzare i disordini in chiave propagandistica elettorale, mediante la dimostrazione della capacità di saper tener sotto controllo il fenomeno in chiave securitaria.

L’operazione messa in atto dal governo ha salvato indubbiamente le vetrine ed evitato il saccheggio di negozi ma, al prezzo della criminalizzazione dei minori e della disperazione di alcune famiglie, ha lasciato intatte sul tavolo tutte le cause del disagio giovanile. Evitando di interrogarsi sulle cause prime dei disordini, l’emergenza sociale sfociata nei fatti di domenica a Milano è destinata a cronicizzarsi e a ripresentarsi in futuro, poiché il senso di frustrazione e di rabbia cova ancora, per giunta accentuato dalle misure repressive, sotto la cenere. Evitando di rispondere al perché sono avvenuti quei disordini, si preclude a gran parte dei giovani il diritto di sognare e di costruire pienamente la propria persona. A questo proposito conviene ricordare il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, sicuramente uno dei più impegnativi per lo Stato. Al fine di ‘[…] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]’, bisogna mettere in campo misure che richiedono maggiori risorse intellettuali, maggior tempo, maggiore fatica, maggior impegno economico, maggior spirito di servizio per la comunità. Misure frutto di una ‘vision’, di una visione, per l’Italia del futuro e i suoi futuri cittadini. Gli ambiti in cui queste misura opereranno sono l’integrazione, l’educazione, la socializzazione, il lavoro.

(continua)

cittadiniditalia, 26 ottobre 2026, 166°unitàditalia

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