Melonellum Acerbo

Il giorno successivo alla marcia su Roma e le dimissioni del capo di governo, Luigi Facta, respinto il tentativo di Salandra, il futuro duce, forte della posizione acquisita sul campo, ottiene dal re Vittorio Emanuele terzo il mandato di formare il nuovo gabinetto. Bastano poche ore e sale al Quirinale con la lista dei ministri. E’ un esecutivo di coalizione il suo, benché a netta predominanza fascista. Egli tuttavia non ha nessuna intenzione di sottomettersi alle logiche di coalizione, avverte la fragilità del sostegno parlamentare e i pericoli che derivano dalla dipendenza da un governo di pacificazione nazionale sostenuto da un ampio blocco di formazioni politiche. Decide quindi di sciogliere al più presto le camere per rompere gli equilibri esistenti, e di formulare una nuova legge elettorale che permetta al fascismo di governare con una maggioranza blindata. Nell’aprile del 23, al Gran Consiglio del fascismo, prende corpo l’ipotesi di un testo legislativo che prevede di eleggere esclusivamente i candidati presenti in una lista compilata dal partito, controllata cioè direttamente da Mussolini. L’incarico di scrivere la nuova legge viene affidato al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giacomo Acerbo, al secolo docente di Economia e Politica Agraria. Per ottenere i voti in parlamento si deve però vincere la resistenza del Partito Popolare, guidato dal sacerdote don Luigi Sturzo, allora strenuo sostenitore del sistema proporzionale. La sua battaglia contro la riforma elettorale e il corteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche messo in opera da Mussolini, saranno il motivo dell’imposizione delle dimissioni dalla guida del partito ad opera della Santa Sede e del suo esilio a Londra.

Il meccanismo della legge Acerbo è tale da assegnare i due terzi dei deputati alla lista di maggioranza relativa che ottenga almeno il 25% dei voti validi; i seggi rimanenti vengono suddivisi su base proporzionale tra le altre formazioni politiche partecipanti alla consultazione elettorale. In virtù di questo meccanismo, i candidati all’interno della lista vincente sono eletti in blocco. L’elettore può altresì indicare fino a tre preferenze: esse determinano la graduatoria degli eletti nelle liste minoritarie, a cui spetta il restante terzo dei seggi. In questo modo, l’elettore sceglie effettivamente solo un terzo dei suoi rappresentanti, per gli altri delega al capo del partito fascista. Tracciando un segno sul simbolo della lista, l’elettore elegge quindi i deputati fedeli a Mussolini. Il conteggio dei voti al fine dell’assegnazione dei seggi è effettuato a livello nazionale: i voti delle singole circoscrizioni vengono sommati nel Collegio Unico Nazionale, riducendo il peso dei territori in cui l’opposizione è numericamente prevalente. Un estremo tentativo di portare al 33% la soglia, presentato come emendamento dall’ex-capo di governo Ivanoe Bonomi, socialista, viene respinto con voto di fiducia. Accanto al “listone” del partito, in alcune circoscrizioni i fascisti presentano un’altra lista governativa, al fine di partecipare anche alla ripartizione dei seggi assegnati con il sistema proporzionale e sottrarre ulteriore rappresentanza all’opposizione. Che, sia detto per inciso, si presenta alle elezioni frammentata in molteplici liste – comunisti, socialisti italiani e socialisti unitari (sic!), popolari orfani di don Sturzo – ciascuna delle quali raccoglierà briciole di seggi.

Nel 2025, i lavori della promessa riforma costituzionale del Premierato vanno incontro a rallentamenti, a causa della complessità della materia e delle critiche dell’opposizione e dell’opinione pubblica. In novembre, la vittoria con percentuali schiaccianti delle forze di sinistra alleate nelle elezioni regionali in Emilia Romagna, Puglia, Campania, suonano come un campanello di allarme per il centrodestra, a tal punto da mettere in dubbio la vittoria delle forze governative nelle imminenti politiche del ‘27. Per depotenziare il bacino di voti, nel meridione soprattutto, e mettere in grave difficoltà l’alleanza fra le due forze maggiori di opposizione, il governo concepisce una riforma elettorale con premio di maggioranza su scala nazionale e indicazione del premier. Al faticoso ed incerto cammino di riforma costituzionale delle istituzioni, viene affiancata la nuova opera di revisione delle regole di voto mediante legge ordinaria, mezzo più sicuro per raggiungere gli scopi, e manovrabile, come si vedrà. La bruciante sconfitta del governo al referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia, pone in seguito una pietra tombale sui lavori di riforma costituzionale, e imprime una spasmodica accelerazione all’iter di approvazione – discussione c’è n’è stata poca o nulla – della legge elettorale in senso maggioritario.

Al di là delle affermazioni propagandistiche che intendono giustificare la legge come ispirata alla necessità di stabilità di governo – è lapalissiano ricordare che l’attuale è in carica da quattro anni senza interruzioni e senza bisogno di leggi ad hoc – emerge chiarissimo  l’intento di scrivere una legge elettorale su misura, sbarazzarsi delle opposizioni e delle voci dissonanti, blindare l’attività dell’esecutivo che deve procedere sicura, sotto la guida assoluta del capo di governo eletto direttamente dal popolo, senza fastidiosi vincoli di altre istituzioni dello Stato, quali la presidenza della Repubblica, il Parlamento, il Consiglio Superiore della Magistratura. L’incarico per scrivere la nuova legge elettorale viene affidato a Galeazzo Bignami, al secolo avvocato e politico, da cui la legge trae il nome, benché sia più nota come ‘Melonellum’ o ‘Stabilicum’. Vi partecipa attivamente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, la cui principale opera consiste nella mediazione fra i partiti di destra che compongono il governo, e il coordinamento istituzionale con il Quirinale. La legge viene presentata in Parlamento nel febbraio 2026, approvata in via definitiva e promulgata dal Presidente della Repubblica in ottobre.

Il meccanismo della legge Bignami assegna un premio di maggioranza, fissato al 55% dei seggi, alla lista o coalizione di maggioranza relativa che ottenga almeno il 42% dei voti su base nazionale. Ogni lista ha un capolista bloccato, selezionato dai vertici del partito, inserito in cima alla lista. L’elettore può indicare sulla scheda fino a tre preferenze, scegliendo fra altri sei candidati presenti sulla lista. La scheda elettorale riporta nel simbolo di ciascun partito il relativo candidato premier. I vecchi collegi uninominali sono cancellati a favore di un Collegio Unico Nazionale ove confluiscono i voti di ogni circoscrizione. In questo contenitore virtuale i voti delle singole circoscrizioni sono sommati a livello nazionale per determinare il numero dei seggi da assegnare ad ogni singola formazione politica, in proporzione ai voti ottenuti. Questo meccanismo si applica alla Camera dei Deputati; per il Senato i voti sono sommati a livello regionale. Nel Collegio Unico Nazionale si determina inoltre quale lista abbia raggiunto il 42% dei voti validi. A tale lista viene assegnato il premio di governabilità: 70 deputati alla Camera e 35 al Senato. I capilista bloccati hanno un grande vantaggio rispetto ai candidati soggetti al sistema delle preferenze, in quanto hanno la precedenza sui ‘preferiti’ in merito all’assegnazione dei seggi. Secondo le simulazioni statistiche, tra i due terzi e i tre quarti dell’intero Parlamento (fino al 76%) sarà composto di capilista bloccati. Solo un quarto dei rappresentanti in Parlamento sarà quindi eletto direttamente dagli elettori con le preferenze. In altri termini, tracciando un segno sul simbolo della lista, l’elettore elegge il candidato voluto dal capopartito. L’indicazione del premier sulla scheda da un lato lega le mani al presidente della Repubblica, dall’altro mette in oggettive difficoltà l’opposizione nella scelta del leader.

La legge Bignami viene approvata in tutta fretta e a colpi di maggioranza. Nella stesura della legge che regola la rappresentanza dei cittadini e per cui è auspicabile, se non addirittura doverosa, la partecipazione di tutte le forze politiche, l’opposizione non è mai stata coinvolta. Non nella discussione preliminare né nella implementazione dell’impianto della legge. La discussione parlamentare è stata mortificata in ogni momento. Tutti gli emendamenti dell’opposizione sono stati bocciati. L’approvazione conclusiva degli enunciati della legge avviene con voti di fiducia sui singoli articoli e sul testo complessivo in chiusura. Lo scrutinio segreto richiesto per quest’ultimo passaggio, è fortemente condizionato dalle aperte minacce di elezioni anticipate immediate da parte del capo di governo – atto peraltro, lo scioglimento delle camere, che compete al Presidente della Repubblica. Alcune “vedette”, opportunamente dislocate nell’aula parlamentare per controllare eventuali dissidenti, rappresentano plasticamente la longa manus del capo sul Parlamento, obiettivamente esautorato di autonomia legislativa e subordinato d’ora in avanti all’esecutivo, atto di nascita della terza Repubblica.

cittadiniditalia, 14 ottobre 2026, 166°unitàditalia

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